Occorre prestare grande attenzione a quanto sta avvenendo in questi giorni a Madrid,al gigantesco movimento civico e popolare che sta invadendo in modo del tutto pacifico Puerta del Sol, cuore pulsante della capitale spagnola. Si tratta per lo più di ragazzi e ragazze, della generazione condannata alla precarietà, economica, sociale ed umana.
Ma, aldilà delle giuste rivendicazioni, delle condivise aspirazioni ad una amministrazione più equa, efficiente e trasparente, ad una società più libera e più autenticamente democratica e ad una lotta effettiva per una sicurezza lavorativa ed economica, la grande protesta degli indignados spagnoli offre molti altri spunti sui quali è necessario interrogarsi, senza la protervia dei professionisti della politica, e senza il qualunquismo di chi bolla senza appello come superficiali questo tipo di proteste di piazza.
Quello che colpisce è innanzitutto lo spontaneismo di queste manifestazioni, che da Puerta del Sol, si sono endemicamente diffuse nelle principali piazze delle città spagnole e che nasce non da organizzazioni ufficiali, bensì dal tam tam sul web e dalla pratica dell’autorganizzazione di liberi e privati cittadine e cittadini; non può non far riflettere l’adesione immediata e convinta di migliaia di uomini e donne che reclamano un futuro diverso, adesione resa ancora più emblematica dal supporto morale e materiale immediatamente offerto ai giovani contestatori da parte dei negozianti e degli abitanti dei quartieri coinvolti dalla protesta.
E non si può non notare poi, come elemento caratterizzante di queste dimostrazioni, l’assenza di qualsivoglia bandiera e simbolo partitico (emblematico, in questo senso, il fatto che il cuore europeo di questa protesta sia un paese come la Spagna, governato ormai da 7 anni dal Partito Socialista e che, negli anni scorsi, veniva additato come modello da seguire per tutta la sinistra europea), come se la nuova generazione, nata e cresciuta nell’epoca della fine della divisione del mondo in blocchi contrapposti e sfere d’influenze, avesse davvero fatto tabula rasa delle categorie politiche novecentesche, ormai desuete ed inadatte a dare rappresentanza ad una società stratificata e multiforme. In questo si misura la crisi della politica tradizionalmente intesa e la sua incapacità di dare risposte concrete agli sconvolgimenti di un mondo che cambia in maniera vorticosa.
Del resto, a ben guardare, la protesta spagnola non rappresenta di per sé una novità assoluta: negli ultimi mesi abbiamo assistito nelle piazze dell’Africa settentrionale agli stessi, oceanici, sommovimenti popolari nati attraverso l’autorganizzazione su Internet che hanno condotto allo smantellamento di regini pluridecennali ed autoritari in Egitto, Tunisia e (speriamo) anche in Libia. Anche in Italia abbiamo vissuto qualcosa di molto simile negli scorsi mesi: il riferimento va ai ricercatori che si arrampicavano sui tetti delle facoltà, agli studenti che invadevano pacificamente le periferie romane tra gli applausi di incoraggiamento dei passanti, ai lavoratori extracomunitari che occupavano le gru ed i cantieri edili in Lombardia.
E, facendo un po’ di dietrologia ed andando indietro negli anni, non mi sembra affatto improprio paragonare il movimento dei giovani spagnoli, a quell’onda globale che, partita dai quartieri poveri di Seattle e Porto Alegre, invase con i suoi colori e la sua speranza le piazze europee a cavallo tra i due millenni, reclamando uguali diritti per tutti i cittadini del Pianeta, raccontando che un altro mondo era davvero possibile, un mondo non egemonizzato dai monopoli della multinazionali, ma nel quale si potessero sviluppare altre forme di convivenza pacifica basate sulla convinzione di una globalizzazione di culture e non (solo) di merci.
E’ vero: allora c’erano tantissime bandiere, anche partitiche, che sventolavano convinte sotto il cielo di Porto Alegre e di Genova, bandiere che, a volte, raccontavano storie diversissime tra loro e che però riuscirono a fondersi armonicamente in un movimento colorato, multietnico e multiculturale, offrendo davvero una nuova speranza al Pianeta, prima che le dimostrazioni venissero soffocate brutalmente dal piombo e dai manganelli in quell’afosa giornata di luglio del 2001.
Ma tante bandiere diverse equivalgono a nessuna bandiera: ciò che importa è il patchwork di esperienze diverse, il mosaico di culture che è l’unica risposta possibile all’arroganza dei governanti del mondo e all’ingiustizia provocata da un liberismo sfrenato.
E ancora più importante che questa generazione, la quale ha già dato prova di coraggio, determinazione e intelligenza, sia anche capace di trasformare questa grande ondata di indignazione sociale, in un una effettiva pratica politica di riappropriazione degli spazi pubblici, e, in generale, di costruzione di una società finalmente più equa e più libera, nella quale la democrazia non rimanga una sterile definizione appiccicata al simbolo di qualche partito, ma diventi, finalmente, una inalienabile modalità governativa ed amministrativa.
