L’intento di “Plastik”, il programma condotto da Elena Santarelli su Mediaset, è quello di «trattare la chirurgia plastica a 360°, dimostrando che essa non si riferisce solo alla vanità», secondo le parole del direttore di Italia1 Luca Tiraboschi. Ciò che vediamo sullo schermo, invece, è una patetica conduttrice in una casa di bambole che recita il suo copione scontato.
Attraverso i brevi commenti della Santarelli, il programma sviluppa singolarmente la vicenda di ogni protagonista, in un video racconto in cui la medicina diventa teatro. Così la chirurgia a 360° si occupa di una 23enne che desidera un seno nuovo per non sembrare una bambina. O racconta la storia di una madre appassionata di latino-americano che vuole ridurre il proprio ventre per “ballare più leggera”. Ma non mancano nemmeno la soubrette sudamericana che non sfonda in tv perché Madre Natura non le ha regalato una quinta naturale, o il ragazzo che si fa trapiantare i capelli per essere immortalato nelle foto del matrimonio.
La chirurgia plastica viene trasformata in qualcosa di quotidiano e affabile, resa familiare tra le mura domestiche del silicone, definita necessaria alla maturazione psicologica della persona. Prima dell’intervento, il medico asseconda i pazienti nelle proprie convinzioni, marcando le insicurezze causate dal difetto fisico; subito dopo l’operazione, ecco che improvvisamente il chirurgo si trasforma nel migliore lacchè di corte, elogiando la rinnovata forma fisica del protagonista, quando un vestito nuovo e un po’ di trucco allo spettatore sembrano più appariscenti del post-operatorio. In questo teatrino delle frasi fatte, la figura del medico somiglia più al venditore di enciclopedie che a quella di un tutore della salute.
Tra una mastoplastica e una liposuzione, c’è spazio anche per la lacrimuccia, grazie alle storie di donne mutilate, sfigurate, che ricorrono alla chirurgia per ben altri motivi di ordine sociale. La Santarelli accoglie nella casa di bambole anche loro senza battere ciglio: lo spettacolo continua così indisturbato, per l’enorme gioia di Italia1, dei chirurghi e degli investimenti pubblicitari. L’accostamento brutale tra vanità umana e disagi come la malattia o la mutilazione non dà minimamente spazio a riflessioni di carattere etico: il chirurgo è comunque il benefattore della paranoia umana, dagli zigomi alti alla ricostruzione di un volto sfregiato.
In fondo, la marionetta malinconica e triste spesso è parte dello spettacolo. L’importante è che non abbia nulla da dire. L’importante è che anch’essa, come le altre, sia di plastica.
