Venerdì 18 Giugno 2010

Lavorare in Val Vibrata

di  Silvestri Oscar, Stefano Di Girolamo

La crisi occupazionale, come una bestia ancestrale delle più terribili, morde il nostro territorio come non mai.
Una crisi che per la Val Vibrata ha radici molto più profonde e parte non da quella che è stata per tutti la crisi economica di statunitense memoria, ma dalle nuove leggi, o meglio, dalla “deregulation” che il mercato ha imposto su base mondiale e globale dalla metà degli anni ‘90.

Di crisi dalle nostre parti se ne parla già da parecchio tempo; possiamo simbolicamente dire che il nostro sistema economico e produttivo è entrato nel tunnel nei primissimi anni del nuovo millennio.
E la crisi mondiale che oggi investe tutti è stata per noi solo la mazzata finale a un sistema già martoriato da tempo.

All’inizio ci fu la crisi delle piccole e medie imprese manifatturiere vibratiane, sfiancate da una concorrenza per molti versi sleale da parte di imprese di mercati esteri emergenti.
A questo punto le nostre aziende si sono trovate a un bivio e sono state messe nelle condizioni di scegliere: o investire in ricerca e innovazione, garantendo prodotti di qualità migliore, o giocare sullo stesso terreno delle contendenti.
Vi lascio indovinare quale è stata la scelta per tante e troppe imprese.

Per molti sembrava più conveniente allearsi con il diavolo invece di combatterlo.
E allora via a una corsa senza freni verso una vera e propria “prostituzione intellettuale del made in Italy”.
Il giochino era semplice e funzionava così (e funziona anche oggi per molte realtà):

Obiettivo: Realizzare lo stesso prodotto venduto allo stesso prezzo con spese minori che vengono tramutate in profitto. Come?
Risparmiando sulla scelta dei materiali utilizzati (in barba all’innovazione e al miglioramento della qualità del prodotto);
Risparmiando sulla manodopera (che per il manifatturiero è uno dei titoli di spesa più oneroso) subappaltando commesse e intere produzioni a cottimisti extracomunitari che lavorano molto, troppo spesso in laboratori senza il rispetto delle minime regole contrattuali e relative alla sicurezza.

Il punto 2 si è successivamente raffinato spostando l’intera produzione direttamente in quegli stati extraeuropei da dove arrivava la manodopera a basso costo, riducendo gli stabilimenti italiani a semplici uffici di controllo della qualità e di sostituzione delle targhette di produzione.
Da queste acute e lungimiranti scelte imprenditoriali sono nati i problemi del nostro territorio: sensibile diminuzione del potere di acquisto di tutti i vibratiani, disoccupazione.

Il resto lo ha fatto la crisi mondiale mettendo nel calderone delle restrizioni anche quelle piccole e medie imprese guidate da persone serie che invece di cercare la strada più facile hanno scelto di perseguire la strada più giusta cercando di investire e migliorare così la qualità del proprio prodotto.
Imprenditori seri che si sono ritrovati la porta sbattuta in faccia da tutte le banche dalle quali cercavano un aiuto finanziario per andare avanti nel breve periodo.
Non è un caso che con tali premesse la nostra valle, ma anche la Val Tronto, sia stata travolta dalla crisi industriale. Molte aziende di medie dimensioni si sono viste diminuire i loro introiti a causa della carenza di commesse, creando un “effetto domino” sulle piccole aziende, in gran parte terziste.

La situazione internazionale ha fatto sì che alcune multinazionali ridimensionassero i loro stabilimenti fino ad arrivare in alcuni casi alla chiusura.
Basti pensare alla Val Tronto: Manuli, Samp sistemi, Ykk, Novico... tutte grandi aziende con centinaia di lavoratori impiegati fino a qualche anno fa: la loro chiusura o ridimensionamento ha avuto conseguenze disastrose anche per la Val Vibrata, sia per i lavoratori direttamente impiegati, sia per le ditte dell'indotto.
Aggiungiamo anche la difficoltà dei privati ad avere un sostegno dal pubblico: si ha l'impressione che le amministrazioni statali non posseggano strumenti adeguati per affrontare in maniera efficiente e rapida la crisi industriale.
Il risultato di tutto ciò è stato lo sgradevole record ottenuto dalla provincia di Teramo, oggi prima provincia d’Italia per quanto riguarda l’aumento delle ore di cassa integrazione: Teramo (+431,5 %).
Questa realtà la pagano ovviamente i soliti: i giovani che si vedono sempre più ridurre le offerte di lavoro e, quando ce ne sono, spesso sono in nero; le famiglie il cui reddito scende e con esso la possibilità di pagare la miriade di servizi indispensabili (spese per i figli, la casa, l'auto....); i disabili che hanno necessità di assistenza; i meno abbienti; gli enti locali che hanno sempre meno soldi da destinare ai servizi sociali; gli extracomunitari, i primi a cadere nel lavoro nero.

Quello che veramente si dovrebbe fare è lavorare su politiche destinate alla crescita.
Anche se sembra un'eresia in questo periodo di crisi mondiale, l'unico modo per uscire da questo vortice è fare un salto in avanti nel nostro modo di pianificare il futuro.
Stiamo parlando della creazione di politiche che aggreghino le varie realtà economiche locali presentandosi al mondo insieme, permettendo alle aziende di far crescere l'innovazione rappresentata dai giovani e sostenendo con soldi veri e piani di rilancio i settori in crisi.

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