Al seguito di strategie aziendali volte alla precarizzazione, all’esternalizzazione dei servizi e alla delocalizzazione dell'attività produttiva, da novembre sino a febbraio si è assistito alle prove generali delle intenzioni dell'azienda.
Mentre la più grande azienda dell’ascolano a novembre avviava la cassa integrazione e rotazione per 415 lavoratori, e a dicembre un nuovo piano per 180 dipendenti, la Manuli ha deciso di bloccare la produzione per intere settimane nel periodo natalizio. A gennaio, inoltre, 160 lavoratori interinali non sono stati confermati.
Le rappresentanze sindacali sono state illuse da quello che è stato presentato come il piano di "rilancio" aziendale. Le istituzioni, dal neo sindaco della città, al nuovo presidente della Regione, si sono scoperte impotenti dinanzi al continuo disgregarsi della ricchezza produttiva dell’ascolano, di cui la Manuli rappresenta la storia.
In questo lasso di tempo, sono stati molti i lavoratori costretti a dare le dimissioni per cercare una realtà lavorativa relativamente più sicura. Con la chiusura estiva è stato lanciato il ricatto finale: la chiusura dell’intero stabilimento con il relativo licenziamento di tutti i 375 lavoratori.
Ma i lavoratori della Manuli non sono gli unici a pagare la crisi. In un territorio ormai inaridito dallo sfruttamento capitalistico, non c’è azienda senza cassa integrazione o esuberi.
Situazione al limite del paradossale è quella che riguarda ad esempio la NovIco, azienda parafarmaceutica ridimensionata da Spa, con una produzione di oltre un milione di pezzi al mese, a Srl, con una produzione di qualche centinaia di migliaia. Pare che l’azienda sia stata svenduta ad una società finanziaria che fin da subito ha fatto slittare i pagamenti degli stipendi di tre mesi, e successivamente ha bloccato le commesse ed anche i pagamenti dei fornitori.
Anche alla NovIco i lavoratori stanno presidiando l’azienda per non trovare al suo posto una scatola vuota con gli impianti delocalizzati molto probabilmente nell’est Europeo. I lavoratori, oltre ad occupare lo stabilimento stanno completando le commesse con gli impianti azionati da un generatore elettrico, facendo funzionare la cucina della mensa senza poter utilizzare il gas.
Nessun lavoratore dell’intera zona industriale si è scoperto sicuro del proprio futuro. La crisi economica sta investendo persino la multinazionale farmaceutica Pfizer, dove dopo anni di illusione del cosiddetto "posto sicuro", i lavoratori sono in stato di agitazione per un possibile piano di ridimensionamento di circa 100 unità.
Il settore alimentare sembra essere quello che meglio ha retto il colpo della crisi mondiale, ma i suoi effetti si fanno sentire, al punto che si è iniziato a parlare di crisi persino nella filiale ascolana della Barilla, dove si producono merendine. La determinazione dei lavoratori è minata dalla mancanza di risposte delle parti sociali e dall'essere abbandonati al proprio destino.
Il Comitato dei Lavoratori del Piceno, nato grazie alla mobilitazione della Manuli, è destinato ad espandersi anche nella limitrofa zona industriale abruzzese della Valle del Tronto dove l’Atr e la tessile Martelli, solo per citarne alcune, in questi ultimi periodi hanno visto un ridimensionamento del proprio organico superiore al 50%.
