Giovedì 24 Novembre 2005

50 ore a settimana per non finire disoccupati

di  Stefano Di Girolamo

La nostra associazione, fedele ai suoi ideali fondativi, è sempre vicina alle problematiche riguardanti il mondo del lavoro e la sua evoluzione.

Sul "L’Espresso" n°44 del 10 novembre 2005 c’è un interessante articolo di Roberta Carlini su un’inchiesta riguardante il modello produttivo europeo in crisi, che guarda ai modelli statunitense e cinese nel tentativo di contrastare queste due superpotenze per quello che riguarda il lavoro e più specificamente la produzione.
Molte le imprese che in nome della competitività in Europa hanno un’unica, unanime richiesta: più ore di lavoro per tutti.
Il problema dell’allungamento dell’orario di lavoro è davanti ai nostri occhi tutti i giorni, pensiamo allo straordinario divenuto per colpa delle imprese, ma anche degli operai, ordinario e ai sabati passati in fabbrica o in ufficio che ormai sono consuetudine per molti giovani e non.


Questo è il principio fondamentale americano: lavorare più ore, diminuendo il proprio tempo libero, per aumentare la produzione. Infatti negli Usa un cittadino accumula in media annualmente 1824 ore di lavoro mentre in Italia si viaggia sulle 1600 ore e in Francia e Germania sulle 1440 ore. L’americano stacanovista, quindi, risponde alla crisi lavorando e facendo lavorare di più. Esempio emblematico è anche il numero di giorni di ferie a disposizione dei lavoratori: 184 ore negli Usa contro le 249 del Regno Unito, le 299 della Germania e le 304 italiane.
Queste differenze sono nette, e purtroppo il sistema liberale capitalistico mondiale tende a bocciare le scelte europee. In Europa, si è deciso, in linea con le politiche sociali che sono nelle nostri radici storiche, negli anni scorsi, di dare più tempo libero ai lavoratori: pensiamo alle 35 ore francesi settimanali e alle 38 italiane, ma questa scelta giustissima purtroppo è intaccata dal bisogno emergente di produttività e di superamento della crisi.
Qualcosa in questo senso già si sta muovendo. A Wolfsburg, Germania, gli operai della Volkswagen hanno accettato di arrivare a 42 ore a settimana a parità di salario in cambio di non vedere spostati all’estero i propri stabilimenti; in Francia, sulla stessa linea di pensiero, la Bosch ottiene un’ora in più alla settimana. Insomma aumentare le ore di lavoro per non perdere il posto. Il fenomeno è anche sentito in Italia in cui, come sempre, ci sono situazioni che possono essere riconducibili a tale filone ma con le consuete degenerazioni: esempio è dato dal settore tessile. In molte aziende del nostro territorio (provincia di Teramo) si è deciso di mandare in cassa integrazione alcuni operai, in risposta alla crisi che imperversa nel settore.

Fa pensare però la giustificazione data ai cassaintegrati: il lavoro c’è, anzi è troppo e i tempi di consegna sono diminuiti. Così facendo molte aziende, per far fronte alle richieste, devono dare le proprie commesse ad aziendine esterne. Quando poi il lavoro torna a livelli normali gli operai in più si ritrovano a spasso. Giustificazione un po’ ambigua oseremo dire. Non sarebbe più giusto non dare lavoro alle ditte esterne (che comunque hanno il loro diritto ad esistere ed a essere tutelate) facendo tutto in casa propria, allargando il personale invece di restringerlo? Oppure il semplice motivo di tutto questo è che le aziendine esterne, molte volte di imprenditori cinesi, fanno prodotti a un costo minore ma anche, soprattutto, con qualità minore?


Dall’articolo emerge infine una terza via per incentivare la produzione. Fra quella americana (stacanovista) e quella cinese (con costi delle risorse umane bassissimi) una via tutta Europea.

Il motto dei prossimi anni non dovrà essere quello americano: lavorare di più per produrre di più; ma lavorare meglio per produrre di più. Sappiamo infatti che i beni e i servizi prodotti, in un regime capitalistico come il nostro, devono poi essere messi sul mercato e trovare un’acquirente altrimenti il tutto perde di significato. La via europea del nuovo lavoro deve puntare tutto sulla qualità dei propri prodotti e sulla qualità del lavoro per produrli. Le imprese europee devono finalmente riprendere quel discorso dell’aumento del valore aggiunto che negli ultimi decenni è stato messo da parte. La ricerca, i brevetti, la formazione continua, le nuove tecnologie, su queste cose devono puntare le aziende se vogliono aumentare la produzione e allo stesso tempo ritagliarsi uno spazio sul mercato mondiale sempre più importante. Da dieci anni a questa parte, sono aumentati i profitti delle aziende ma sono ristagnati gli investimenti in ricerca, risorse umane e tecnologie, qualcosa non quadra secondo il nostro modesto punto di vista. Sarebbe ora che la smettessimo, e ci mettiamo tutti dentro, di adagiarsi sugli allori e incominciare a far ripartire la locomotiva del lavoro italiano ed europeo. Senza inutili piagnistei contro la cina, l’est europeo eccetera, senza, come spesso purtroppo facciamo, incorrere in frasi fatte, populismo e massimalismo generico.

Lavorare insieme per aumentare la qualità del nostro lavoro, della nostra economia e soprattutto della nostra vita.. Questo (purtroppo) è il libero mercato bellezza.

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