Ecco i giovani di oggi: stagisti, lavoratori a progetto, segretarie interinali, ricercatori e docenti universitari. Scuole finite regolarmente, magari anche una laurea, perfino una specializzazione. Sono passati attraverso una serie più o meno lunga di lavoretti precari o in nero. Fino all’assunzione: molto spesso con uno dei tanti contratti flessibili a disposizione dei datori di lavoro per far entrare in fabbrica o in ufficio, ma non solo. Tutte queste situazioni (ma anche chi ha un posto fisso) sono accomunate dalla stessa condizione: la busta paga, sotto i mille euro al mese. Su di loro è nato un sito, www.generazione1000euro.com, dove si può scaricare il libro che li descrive.
I "milleuristi" protestano ma non scioperano perché non c’è sindacato che si occupi di loro:"Diamo ai collaboratori a progetto un contratto di lavoro nazionale" invoca Agostino Megale, direttore dell’Ires-Cgil. E ancora:"Se dieci anni fa guadagnavi due milioni non ti lamentavi troppo. Oggi a farti sentire mal pagato si aggiunge la mancanza di prospettiva di carriera" fotografa il direttore del Censis Giuseppe Roma. I giovani milleuristi sono, insomma, i candidati ideali a far parte di quella classe "proletarizzata", descritto in un libro appena uscito "La fine del ceto medio" di Gaggi e Narduzzi. Da chi è composta esattamente questa "Generazione mille euro"? Sembrava un fenomeno socioeconomico marginale ed invece ora sta acquistando un contorno. Si riflette su cosa sarà di loro al momento della pensione e su quali siano le loro tutele. E poiché questo è un gruppo di origine interclassista, esprime comunque disagio sociale, disillusione professionale, disaffezione alla politica.
Anche per questo sindacato, politica, imprese, cominciano a riconoscerlo come un "blocco" con cui avere a che fare. In Italia ci sono due milioni di lavoratori dipendenti tra i 15 e i 40 anni che guadagnano meno di 900 euro al mese, a cui si aggiunge un altro mezzo milione di lavoratori autonomi (dati della Banca d’Italia di gennaio 2006). Si nota subito una netta disparità tra dipendenti e autonomi: i milleuristi sono in netta maggioranza sotto padrone. "Con un potere monopolistico del datore di lavoro, e uno molto basso di trattativa", commenta Tito Boeri. Il sospetto è che tutti siano giovani al primo impiego. Ma non è così. Se si suddividono per condizioni famigliari si nota che la metà dei lavoratori dipendenti presi in esame sono capifamiglia che si devono barcamenare con un proprio bilancio e che verosimilmente è oltre i 30 anni. Quanto alla loro distribuzione nel paese i dati indicano che i milleuristi si annidano sia a Nord che a Sud: tra i dipendenti, il 44% sta nel settentrione, 18% al centro, 38% nel mezzogiorno. Tra gli autonomi, prevale il sud con il 40%, Nord 35 e al centro 25. Ulteriori osservazioni ci aiutano a identificare questa nuova classe sociale.
Ci sono molti laureati, anzi chi ha la licenza elementare o media inferiore ha mediamente una retribuzione più elevata. Giuseppe Roma aggiunge " il fatto è che quei mille euro li fai lavorando nel terziario di livello basso, dove sono cresciuti di più i posti di lavoro: nei servizi organizzativi, nelle agenzie immobiliari, dove la laurea non serve". Infatti dal 2003 al 2005 la richiesta di laureati da parte delle imprese è aumentata in valori percentuali dal 6,5% al 8,8. Ma in valori assoluti la cifra si dimezza passando da 16000 del 2003 agli 8000 del 2005. I posti per i laureati quindi non solo sono pochi ma spesso i giovani si ritrovano nel mercato del lavoro con un pezzo di carta poco spendibile. Confessa il direttore del Censis "noi prendiamo solo neolaureati, ma non è facile in seguito proporre assunzioni a tempo indeterminato". "Spesso abbiamo giovani con titolo di studio elevato, ma che non incontrano le richieste del mercato. Che vuole personale per mansioni altamente specializzate come elettricisti, fresatori, tornitori, contabili…
Come si risolve? Per quanto ci riguarda, le agenzie investono in corsi di formazione, per tentare di colmare il gap tra domanda e offerta di lavoro" conferma Alessandro Frignone, presidente dell’Ailt, associazione di agenzie per il lavoro. E comunque è sempre lavoro in affitto: uno su tre rimane in un’azienda a posto fisso. Ma come si spiega che a un certo punto nel paese c’è stato un blocco degli stipendi di ingresso nel mondo del lavoro? E che questi stipendi si sono pietrificati a un livello così basso? "La crescita dei salari è stata contenuta dalla diffusione dei rapporti a tempo determinato e dal ricambio generazionale della manodopera, seguito alla pesante distruzione dei posti di lavoro nella recessione 1992-1993; a fronte di un cospicuo e costante flusso in entrata di occupati di qualità crescente, il differenziale retributivo tra anziani e giovani si è costantemente ampliato.
I salari dei giovani sono stati abbassati per contenere la dinamica salariale e perché non si potevano toccare quelli dei vecchi" spiega Giancarlo Morcando della Banca d’Italia nel suo libro "Una politica economica per la crescita". Risultato: la quota dei lavoratori dipendenti a bassa retribuzione in Italia è passata dal 10% del 1991 al 18 del 2002. E quel che è peggio, tra di loro cresce la percezione di essere maltrattati dal mondo del lavoro. Su 2500 giovani intervistati tra i 20 e i 34 anni, indagine dell’Università La Sapienza di Roma, il 57% dichiara di avere un’attività retribuita. Quanto alla retribuzione, quattro su dieci guadagnano meno di 750 euro al mese. Altri quattro percepiscono tra 750 e 1250 euro; gli altri due stanno sopra. Ma la maggioranza si sente sottopagata, e vive quindi la frustrazione di uno stipendio che non riconosce il valore della formazione ricevuta.
Quanto poi alla voglia di crescere, i giovani si sentono condannati a rinviare le grandi scelte della vita, la casa, la famiglia, perché toccano con mano che con lo stipendio che prendono proprio non ce la fanno. Anche sfondare la soglia dei mille euro, non sembra soddisfacente. La pensione inoltre diventa un incubo. Boeri ha calcolato che un lavoratore a progetto che guadagna 800 euro al mese, dopo 40 anni di contributi (oggi al 20%) avrà una pensione annuale inferiore a 5000 euro! Un idea: aumentare i contributi e introdurre in Italia un salario minimo (esempio: in Canada 5 euro/ora per 826 euro al mese minimo). Dei nostri milleuristi inizia a preoccuparsi anche il ministero del Welfare, perché molti di loro sono figli dei contratti flessibili introdotti dagli anni novanta, e che oggi si sono moltiplicati fino a configurare quaranta diverse figure professionali. Una giungla. Ammette Morcando "E’ vero che la flessibilità ha fatto crescere l’occupazione ma ha anche creato delle distorsioni: ha trasformato l’occupazione buona in precarietà.
Un po’ di precarietà va anche bene, ma se l’economia non cresce è condannata a restare tale. E la stabilità dell’assetto sociale non si garantisce se non c’è più occupazione, ma anche crescita dei salari reali". Magra consolazione, è che la fascia dei giovani con stessi problemi è diffusa in tutta Europa, e tutti cercano ricette. Aspettando forse che la demografia faccia il suo corso: tra il 2000 e il 2020 la popolazione italiana tra i 20 e i 40 anni diminuisce al ritmo di 300 mila unità all’anno;forse, con meno persone che cercano lavoro, il problema dei milleuristi si estinguerà da solo!
