Chaplin lo creò per felice e geniale intuizione, rovistando nel guardaroba di uno dei suoi set cinematografici. Ne aveva già in testa l’embrione, ma l’incontro casuale con quegli elementi nel magazzino fu fondamentale! Charles Spencer Chaplin aveva l’arte della recitazione ben impressa nel DNA e non soltanto per modo di dire: nato a Londra nel 1889 da genitori che recitavano e cantavano nel vaudeville - genere di teatro di varietà molto in voga all’epoca – calca sin da piccolissimo le tavole del palcoscenico, interpretando piccole parti di monello e facendosi notare per la notevole spigliatezza.
Crescendo, comincia a essere ingaggiato in compagnie di vaudeville londinesi, per poi approdare, al seguito di una di esse, negli Stati Uniti per una tournée.
Il giovane Chaplin, brillante e gioviale sul palco, coltiva nel privato numerosi momenti di solitudine, che riempie spasmodicamente di letture, le più disparate. Racconta uno dei suoi compagni di stanza che nel corso di queste infaticabili tournée in lungo e in largo per gli Stati Uniti, “appena poteva, saccheggiava letteralmente le librerie e le biblioteche locali; e se proprio non c’era nulla che destasse la sua curiosità, ripiegava su una grammatica latina!”
E’ interessante rilevare come tale compagno di stanza fosse Stan Laurel, che, qualche anno più tardi, sarà universalmente conosciuto al mondo come “Stanlio”.
Tutto a un tratto, quindi, per Chaplin - acquisita una certa notorietà nell’ambiente - si dischiudono le prime opportunità cinematografiche. La settima Arte è in fermento e raccoglie nel pubblico sempre più consensi. E’ in auge il genere dello “slapstick”, ovvero commedie che si basano su un tipo di comicità molto diretto, su gag con torte in faccia e scivolate su bucce di banane; il tutto volutamente enfatizzato.
La fortuna del genere ne costituiva anche il suo limite: lo stereotipo poteva logorasi facilmente.
E infatti Chaplin lo intuisce: dopo essersi guadagnato ulteriore popolarità anche presso il grande pubblico delle sale cinematografiche, comincia ad avere sempre più voce in capitolo nella genesi del soggetto e nella creazione delle gag comiche, sfrondandole, man mano, del loro carattere di scontatezza.
In seguito - oramai in procinto d’essere stella di prima grandezza - fonda insieme ad altri protagonisti del panorama cinematografico dell’epoca la compagnia “United Artists”, potendo così curare, da quel momento in avanti, ogni aspetto della produzione dei suoi film.
E nel 1921, dopo una serie di apparizioni in diversi cortometraggi, fa finalmente il suo esordio in un lungometraggio il personaggio di Charlot in ”The Kid” (“Il monello”). Il film narra le vicende e il rapporto affettivo tra il Vagabondo e un trovatello, di cui Charlot si prende amorevolmente cura, sino al ritrovamento della madre naturale del piccolo; nella trama sono sapientemente intessuti momenti di comicità che si alternano ad altri di autentico lirismo. Da qui a seguire tutta una serie di successi; i primi con il nostro amato Vagabondo come protagonista, (quali “Tempi Moderni”, “Luci della città”) sino a giungere ad una emancipazione di Chaplin dalla sua creatura (da “Il grande dittatore”, sino a “Monsieur Verdoux”). Gli ultimi anni della sua intensa vita (costellata anche di figli e matrimoni, e dopo peraltro essere stato pretestuosamente accusato dal governo degli Stati Uniti di antiamericanismo e di simpatie filocomuniste) l’attore e regista decide di trascorrerli in Svizzera, con l’ultima moglie Oona O’Neal e i loro figli.
E la grandezza del genio di Chaplin, a quasi 34 anni dalla sua scomparsa, non è stata intaccata né scalfita dal trascorrere del tempo.
