Cheyenne è una rockstar anni ’80, da anni confinata nella sua villa di Dublino nella quale cerca di ingannare la quotidianità sconfessando il proprio passato. Lo vediamo al supermercato, mentre si trascina dietro un carrello della spesa, riconosciuto dai fan e schernito da coloro che della sua espressione triste colgono solo il trucco e i capelli cotonati. Gli spazi vuoti, le assenze, l’immaterialità di un passato di eccessi si trasformeranno un un’avventura on the road sulle strade americane, alla ricerca di Aloise Lange, il carnefice nazista di suo padre. È così che Cheyenne ora si trascina dietro la sua valigia, e negli States penetra in altre quotidianità, quelle dei familiari di Lange, scoprendosi forte e finalmente pronto per abbandonare una troppo lunga adolescenza.
Il film è costruito in base a binomi speculari: al personaggio di Cheyenne, timoroso e femminino, corrisponde quello della moglie Jane (Frances Mc Dormand), forte e risoluta; l’amica Mary, ragazzina dark e anticonformista, si relaziona con Desmond, un timido cameriere con cui condivide un’intima tristezza; alle architetture vuote della casa dublinese si contrappongono gli scenari americani, anch’essi vuoti e corrosi dalla desolazione della periferia; infine, all’umiliazione subita dal padre di Cheyenne durante l’olocausto verrà fatta corrispondere l’umiliazione di Aloise Lange, un ultranovantenne che ha già scontato con l’isolamento i crimini di guerra.
Ironico e sognante, This must be the place è quel film che da Sorrentino non ci si aspetta. Fuso con la logica americana del racconto, così lontano dalla ritrattistica accurata de Il divo e senza per nulla cedere al vizio di forma del cinema italiano: un’alchimia nuova capace di consacrare il regista nel panorama internazionale. L’interpretazione pregevole di Sean Penn, tra risate stridule e una certa lentezza del camminare, sposa la sceneggiatura di Sorrentino e Umberto Contarello e il personaggio di Cheyenne, nella sua frivola fanciullezza, contiene in sé già la matrice del saggio che sarà.
This must be the place non è un film sul rock, nonostante la colonna sonora firmata David Byrne, non è la classica pellicola on the road, non è il romanzo di formazione del protagonista e non è un film sui buoni sentimenti. A noi che abbiamo il piacere di vederlo in sala cinque mesi dopo la sua presentazione al Festival di Cannes, This must be the place racconta una storia gotica universale, in cui un pizzico di umorismo pirandelliano made in Italy provoca un riso che si scioglie in attimi di intensa tenerezza.
