Questi particolari convogli hanno bisogno non solo di una meccanica motrice diversa, ma anche di accorgimenti particolari per quanto riguarda, ad esempio, le caratteristiche geometriche del tracciato, i sistemi di sicurezza, la tecnologia di posa dei binari e della relativa base di appoggio, ma, soprattutto, è necessario che il tracciato abbia raggi di curvatura di almeno 2800 m per non incorrere in deragliamenti.
Dalle prime stime il progetto italiano della TAV, che interessa la Valle di Susa, costerebbe 15 miliardi di euro e i tempi di costruzione potrebbero durare oltre 15 anni: facendo due semplici calcoli non è difficile pensare che una generazione di cittadini crescerebbe all’interno di un enorme cantiere, mentre un’altra non vedrebbe altro che cantieri per il resto della vita.
L’attuale governo, compreso lo schieramento di opposizione, e il precedente, di centro-sinistra, non hanno mai avuto dubbi sull’utilità di tale opera. Facile immaginare che a dissipare ogni dubbio sull’avvio dei lavori sia il giro d’affari che vi orbita intorno.
Secondo uno studio indipendente, condotto da esperti dalla società Polinomia di Milano, l’alta velocità tra Torino e Lione sposterà su rotaia ben l’un per cento del traffico merci; dati equivalenti provengono anche da altre fonti.
Per il trasporto delle merci, infatti, l’attuale linea ferroviaria è sottoutilizzata, così come lo sono anche tutti gli altri valichi autostradali alpini presenti nella regione.
Fra gli studi condotti in merito al progetto, una relazione del 2004 stilata dai medici di base della Valle di Susa porta l’attenzione sulle presenze di amianto e di uranio all’interno delle stesse montagne. Pare che anche diversi tecnici e operai, rilevando questi rischi, abbiano rifiutato la prosecuzione di alcuni scavi. Come è facile intuire, sprigionare nell’ambiente tali sostanze avrà effetti terribili sulla popolazione.
In altre parole, il progetto della TAV è una storia che narra di grandi capitali e di piccoli uomini senza scrupoli, di treni che correranno vuoti a 300 km/h dentro a gallerie scavate nell’uranio e amianto, di società private costituite con il denaro pubblico.
I privati interessati al progetto TAV (Fiat, Impregilo, CMC e altri) e che controllano l’opera sono detti “general contractors”. I General Contractors sono concessionari con l’esclusione della gestione, essi hanno cioè tutti i poteri del committente pubblico nella gestione dei subappalti, nella direzione dei lavori, negli espropri, ma non hanno poi la gestione diretta dell’opera (caso unico in Europa), per cui il loro solo interesse sarà quello di far durare i lavori il più a lungo possibile al fine di far lievitare al massimo la spesa.
I costi, previsti nel ’91 intorno ai 26 mila miliardi di lire, si stima potrebbero raggiungere gli 80 miliardi di euro. E chi paga il tutto? Per il 40% lo Stato, ovvero le tasse di tutti noi cittadini, mentre il restante 60% dovrebbe essere coperto da privati. Ma non sarà così. I soldi saranno dei privati, almeno in parte, ma i loro interessi e la loro restituzione saranno garantiti integralmente dallo Stato (ovvero dal Tesoro). Dunque noi tutti, e anche le prossime generazioni, pagheremo in toto questa colossale e inutile opera. Tutti quei fondi non verranno mai utilizzati per costruire ospedali, scuole, biblioteche, ovvero opere pubbliche veramente utili per la collettività.
In un comunicato dei Cobas del 12 dicembre del 2005 si legge che le forze dell’ordine hanno svegliato i manifestanti che presidiavano il cantiere a calci, pugni e manganellate, hanno lanciato le ruspe contro le barricate di legna sulla strada e contro le donne e gli uomini che vi stazionavano, e successivamente hanno pestato e assediato con violenza tutti coloro che si trovavano vicini alla baracca del presidio. Infine, al grido "Vi massacriamo" e a suon di manganelli, hanno sospinto la gente verso il paese. Contemporaneamente, chi cercava di salire per raggiungere il presidio è stato violentemente caricato, mentre tutti gli accessi a Venaus sono stati bloccati, perfino alle stesse autoambulanze.
Siamo arrivati nel 2011 e la brama speculatrice degli imprenditori non sembra essersi placata. La Valsusa ogni giorno è teatro di manifestazioni dell’intera cittadinanza, manifestazioni represse con il pugno di ferro che il governo scaglia nel nome del progresso.
L’alta velocità ferroviaria è una vera rapina a mano armata, condotta da banditi peggiori di qualsiasi delinquente da cronaca nera, ma definiti imprenditori dall’autorevole stampa liberale. Le armi e la violenza, nonostante tutto, provengono invece da quello che generalmente chiamano Stato democratico.
