Sabato 10 aprile militari afgani e della coalizione  internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah e  portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono  tre cittadini italiani: Matteo Dell’Aira, Marco Garatti e Matteo  Pagani.

Emergency è indipendente e neutrale. Dal 1999 a oggi  EMERGENCY ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito  tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo  soccorso.

“Hanno dichiarato guerra ad un ospedale”. con queste dure parole Gino
Strada
, fondatore di Emergency, ha reagito subito “all’arresto” (sembra più
un prelevamento forzato) dei 3 dipendenti italiani che lavorano nell’ospedale
di Emergency a Laskhar-Gah.

Ora non è il momento delle polemiche, è il momento di sostenere una O.N.G. che in 16 anni ha curato e salvato più di 3 milioni di persone.

E che forse in una zona dell’Afghanistan dove c’è la guerra da
sempre rimane l’unico avamposto di legalità e si “preoccupa” di salvare vite con  “VERE MISSIONI DI PACE”, non con gli spot o le armi.

Oggi più che mai è il momento di sostenere Emergency, firmate sul sito WWW.
EMERGENCY.IT l’appello per dare un segnale importante di fiducia.
Matteo,Marco e Matteo subito liberi…
Firmate e fate firmare la petizione IO STO CON EMERGENCY

firma l’appello  sul sito di Emergency :        http://www.emergency.it/

Il vertice di Copenhagen si è concluso con un fallimento totale, che i delegati dei governi presenti non sono riusciti nemmeno a mascherare. La ragione è che per il capitalismo anche le problematiche legate al clima sono una fonte di profitto e tutti i governanti riunitisi nella capitale danese non riescono a concepire alcuna soluzione al di fuori delle logiche del capitalismo, se si eccettuano per diverse proposte formulate da Chavez e Morales. Questo articolo pubblicato da www.marxist.com, analizza gli enormi interessi che incombevano sulla conferenza di Copenhagen.

http://www.marxismo.net/content/view/3594/158/

Le elezioni dello scorso 6 di dicembre sono storiche in ogni senso. Liste elettorali (in Bolivia bisogna iscriversi per votare NdT) di quasi 5 milioni di elettori nel paese e per la prima volta 200 mila votanti all’estero, tra Argentina, Brasile, USA e Spagna, che rappresenta un aumento del 40% rispetto alle liste di solo un anno fa.

http://www.marxismo.net/content/view/3591/124/

Abruzzo Indymedia

Aprile 21st, 2007

Inviato da Jops
 
Come molti di voi sanno qualche tempo fa Indymedia Italia [http://italy.indymedia.org], il nodo italiano del network Indymedia, ha chiuso.
Ecco il riassunto di cosa sta succendendo in italia/abruzzo riguardo indymedia……
Indymedia è -molto brevemente- un sito, un portale di informazione indipendente, uno spazio sul web che ognuno può utilizzare per “essere il proprio media”, per non permettere che i media tradizionali, i media commerciali, i media filtrati dal potere economico e politico possano continuamente distorcere le notizie, le lotte, la verità.

Su Indymedia le notizie che non trovano spazio altrove, quelle scomode, quelle vere possono essere pubblicate liberamente, con un mezzo facile facile: l’open publishing (la pubblicazione aperta).
Questa permette a ognuno di pubblicare la propria notizia senza dovere trovare un giornale (ovvero una redazione) che legga e approvi il nostro articolo, la nostra cronaca, la nostra analisi, la nostra visione dei fatti, la nostra opinione.
Questa è la base di Indymedia, questa è la sua croce e questa la sua delizia.

Il nodo italiano è nato nel 2000 ed è stato attivissimo per un bel po’ di tempo. Basta pensare che a Genova nel Luglio 2001, durante le contestazioni al G8, Indymedia è stata protagonista nel raccontarle, decostruendo la professione dei giornalisti col mediattivismo, con gli attivisti che facevano l’informazione e raccontavano -dal basso- ciò che avveniva e i sogni di chi era a “lavorare per un mondo migliore”. Al suo interno aveva diversi nodi locali, cittadini o regionali, e dal 2005 era attiva anche Indymedia Abruzzo.

Ovviamente con la chiusura di Indy 1.0, ha chiuso anche il nodo abruzzese. Una chiusura dovuta a un po’ di problemi interni, che non sto qui a spiegarvi, ma comunque è stata una chiusura pensata come momento di grossa discontinuità dal passato, per *ricominciare*.

Ora Indymedia Italia sta mandando avanti quello che in gergo si chiama “process”, i vari nodi locali (Roma, Toscana, Piemonte) si stanno rimettendo in sesto, Abruzzo anche.
Si è fatta questa nuova mailing list, che vuole essere un primo momento di discussione per riaprire il process del nostro nodo locale e ridare all’Abruzzo un mezzo importante come Indymedia.

Ti sto inviando questa mail, come avrai capito, per invitarti a partecipare alla nuova indy abruzzo. Puoi farlo iscrivendoti alla mailing list:
https://www5.autistici.org/mailman/listinfo/newimcabruzzo

Ovviamente, però, vorrai saperne di più riguardo la “vecchia” indy, quella che, adesso, vogliamo ricostruire e far diventare Indy_2.0. Eccoti qualche link:
http://italy.indymedia.org/process/about.php
http://italy.indymedia.org/process/index.php#12

*DON’T HATE THE MEDIA, BECAME YOUR MEDIA*

<> Rosa Luxemburg

visitate:
http://www.porchetta.altervista.org

Mosca, GAY PRIDE nel mirino

Giugno 2nd, 2006

Inviato da Oscar - Libertà di volare

E’ finito male il tentativo dei gay russi di sfilare il 27 Maggio per le strade di Mosca nonostante il divieto del sindaco Luzhkov. Migliaia di poliziotti in tenuta antisommossa hanno bloccato i manifestanti e gruppi di skinhead e fondamentalisti ortodossi che volevano invece aggredirli. Decine i fermati, tra lacrimogeni e botte. Mentre politica e Chiese tuonano contro i “pervertiti che vogliono offendere e corrompere i valori tradizionali russi”.


La formula pensata per aggirare il divieto a manifestare prevedeva una deposizione di fiori alla tomba del Milite Ignoto sotto le mura del Cremlino e un breve corteo fino alla sede del municipio, vicino alla statua di Iuri Dolgoruki, fondatore di Mosca. Ma le due piazze, vicine fra loro, che avrebbero dovuto congiungere il corteo sono state presidiate da centinaia di nazionalisti e ortodossi.1700 poliziotti in tenuta antisommossa non hanno evitato in alcun modo il contatto fra chi avrebbe voluto partecipare al Pride e i contromanifestanti. Decine di gay e lesbiche sono stati fermati e portati via dalla polizia. Si è conclusa così, con l’impossibilità di manifestare, la speranza degli organizzatori di quello che avrebbe dovuto essere il primo Gay Pride di Russia.

Fra le persone fermate, anche Nikolaj Alekseev, il leader dell’organizzazione Gayrussia.ru che ha sfidato il divieto del sindaco Juri Luzhkov. Alekseev e’ stato fermato proprio mentre cercava di recarsi alla tomba del Milite Ignoto, fronteggiato da decine di oppositori che gridavano: ”Sodoma qui non passera’!”. Insieme a lui, una ventina di altri manifestanti, fra cui alcuni esponenti delle numerose delegazioni straniere, a partire dal consigliere del sindaco di Parigi Bertrand Delanoe, presente a Mosca insieme alla vice sindaco della capitale francese. In piazza ,donne ortodosse agitavano icone religiose mentre uomini in abito cosacco, con il cappello di pecora e la tunica nero-rossa, gli stavano accanto.

Erano presenti numerose delegazioni di attivisti giunte dall’estero (Italia, Francia, Germania, Austria, Gran Bretagna, Lettonia, Ucraina, Polonia, Usa, Canada).

Un deputato dei Verdi tedeschi, Volker Beck, stava rilasciando un’intervista davanti alle telecamere, quando circa 20 nazionalisti lo hanno circondato e hanno iniziato a picchiarlo, fino a fargli sanguinare il naso senza che la polizia intervenisse.

I gruppi di nazionalisti, che inveivano facendo il saluto romano, hanno anche lanciato dei razzi lungo la Tverskaya, il corso principale di Mosca, cantando “Gloria alla Russia”. Solo alla fine la polizia ha sgomberato la piazza di fronte al Comune allontanando insieme gay e nazionalisti e provocando nuovi tafferugli. Un giorno scuro come il cielo di Mosca oggi.

Tratto da www.arcigay.it, scritto da Sergio Lo Giudice, 27 maggio 2006

I pirati sbarcano in politica

Aprile 18th, 2006

Inviato da Karen - Libertà di volare

Vogliono abolire il copyright e legalizzare lo scambio di documenti sulla rete. Nasce a Stoccolma il PiratPartiet. Che a Settembre si presenterà alle elezioni insieme ai Verdi….


da Panorama del 23.02.2006Era un’idea, ma in 24 ore il partito dei pirati è diventato realtà.
Sullo schermo bianco del computer al primo piano della casa di Rick Falkvinge, alla periferia di Stoccolma, in Svezia, lampeggiano parole in una finestra di un sito internet. Sono ore che Rick lavora, è il 1° gennaio 2006. “La politica invecchia, i politici invecchiano.
Non capiscono cosa sono i giovani” dice Falkvinge, 34 anni. Nel Luglio 2002 l’Unione Europea ha approvato una legge sul data retention: tutti i dati sull’utilizzo di internet e tutte le forme di comunicazione che avvengono in rete possono essere trattenute dalle autorità per le nuove norme antiterrorismo. A capo della commissione che ha votato la legge c’era l’attuale Ministro di Giustizia svedese Thomas Bodstrom.
“Vogliamo essere liberi. Non c’è censura, ma siamo controllati. Ogni nostra comunicazione è archiviata” protesta Falkvinge.

Lo schermo di Rick lampeggia. Quasi 18 ore di lavoro. Il sito è pronto per spingere un nuovo partito: il Piratpartiet. Obiettivi: “Aboliamo il copyright, garantiamo la privacy, legalizziamo il peer to peer”.
Tre punti.

Rick esce du casa, lascia il computer acceso e un annuncio: presenta il suo sito, il suo programma. “Servivano almeno 1500 firme autenticate per poter essere riconosciuti come partito”.
Quando torno a casa la finestra lampeggia. Ricorda Falkvinge: “C’erano cinque firme”, in 20 minuti. A mezzanotte erano 20. La mattina dopo erano 1378. E squilla il telefono.

Dall’altra parte della cornetta la redazione dell’Aftonbladet, il più importante tabloid svedese. “Hello Rick?”. Falkvinge si ferma, non capisce. Ricorda: “Non avevo dato a nessuno il mio numero, o il mio indirizzo. Nessuno sapeva nulla di me.
Ero un idea, un sito. Sono riusciti a trovare il mio numero”. Sbuffa, sospira. Nel pomeriggio le firme erano 2 mila. In pochi giorni gli iscritti al primo partito al mondo ideato, nato e cresciuto sulla rete sono diventati 300. Oggi sono 1039. Il 17 settembre in Svezia si vota.

“Ma io odio la politica”. Il partito di Rick si presenterà alle elezioni che formeranno il nuovo parlamento. “Ci serve il 4%”. In pochi giorni 1 milione di persone si sono collegate al sito dei Piratpartiet. “Siamo pirati, non siamo illegali”. In Svezia su 9 milioni di abitanti 1 milione fa uso del peer to peer. Del file sharing. Scaricando dati, documenti, programmi.

A metà gennaio un amico di Falkvinge lo chiama. Gli manda un link, di un sito arabo. “Non si leggeva niente”, c’era una foto, in mezzo agli articoli in arabo. “Ero io, incredibile” racconta. Senza ufficio, senza sezione, senza una sede. “Ora lavoriamo dovunque. Ci basta un computer. Non ho neanche i soldi per pagarmi un conto corrente”.

Rick non conosceva nessuno dei suoi nuovi compagni di partito. Non conosceva Rickard, Mika, Cecilia. Falkvinge non ama la politica. “Ma dobbiamo farci sentire”. Alle ultime elezioni ha votato liberal, Olle Schmidt. Ora la rete dei pirati si sta allargando. Anche in Norvegia e in Polonia. “E io odio le riunioni. Non resisto per più di 10 minuti. Figurarsi in Parlamento: là fanno solo riunioni”.

Il 3 febbraio il Gron Ungdom, i giovani verdi svedesi (attualmente in Parlamento), hanno contattato il nuovo partito. Anticipa Falkvinge: “Potremmo schierarci insieme a loro”.
Temi: l’ambiente negli anni Ottanta, oggi internet, la privacy. “Ora ci siamo noi. Prima si lottava contro il ddt, o il gas freon. Oggi per la cultura, la conoscenza. Sempre libertà, una libertà diversa. E’ privacy, è internet”.

Sembrano politici virtuali ma potrebbero finire nel parlamento svedese.

Claudio Cerasa

Inviato da Stefano - Libertà di volare

Chi pensava che i termini lotta e protesta erano ormai dei retaggi storici seppelliti e non più perseguibili, dovrà ampiamente ricredersi. Le piazze francesi nelle ultime settimane si sono infiammate al grido di “abbasso la precarietà!”.


Badiamo bene, non è il ’68, lungi da noi credere che quelle proteste siano paragonabili a quelle di oggi, ma qualcosa c’è, e la voglia di migliaia di giovani di credere in un futuro migliore è tornata prepotentemente alla ribalta. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo, all’articolo 23, parla chiaro: “Ogni persona ha diritto al lavoro, alla libera scelta del suo lavoro, a condizioni soddisfacenti di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione”. Un concetto che ultimamente non riscuote più credito da nessuna parte ma che gli studenti francesi hanno voluto rispolverare e difendere. La pietra dello scandalo è il CPE (Contract première embauche), contratto di primo impiego, voluto dal primo ministro francese Dominique de Villepin. Approfondiamo la situazione del mondo del lavoro francese. Prima del Cpe il principale strumento di flessibilità era il Cdd (Contract à durée déterminée). Questo ha regole un po’ più rigide del nostro. In teoria è riservato a casi particolari (produzioni stagionali), non può durare più di 18 mesi ed è rinnovabile una sola volta. Inoltre, non si può sostituire un cdd scaduto con un altro: come minimo nel mezzo deve starci un periodo-cuscinetto di durata uguale al contratto a termine precedente. In Italia può durare fino a 36 mesi ed essere rifatto allo stesso lavoratore anche più volte, con brevi interruzioni. Villepin ha introdotto con la sua riforma il Cpe e il Cne. Il primo permette alle aziende con più di 20 dipendenti che assumono giovani sotto i 26 anni al primo impiego di tenerli in “consolidation” per due anni, durante o al termine dei quali può mandarli via anche senza giusta causa. Il Cne, già in uso dall’anno scorso, si applica alle piccole aziende e non ha limiti d’età. E’ semplice capire le ragioni della protesta. Metodo e forma della legge sono detestabili, il primo ministro francese, inoltre, non ha consultato né i sindacati degli studenti né quelli dei lavoratori e ha voluto scavalcare l’assemblea nazionale, utilizzando la procedura d’urgenza e ponendo la fiducia per schivare il dibattito. Il più infido e tipico “muro contro muro” di destra che ha portato alla lotta per le strade. La protesta è iniziata (come nel ’68) alla Sorbona, università storica parigina. In rapida successione si sono uniti agli studenti i sindacati e il 66% dei francesi contrari, dai sondaggi, alla riforma. Il culmine si è avuto il 28 Marzo, quando lo sciopero nazionale indetto dai sindacati ha portato in piazza più di 3 milioni di persone. Una giornata storica che ha dato al segretario generale della Cgt (maggior confederazione sindacale francese), Bernard Thibault, l’ardua responsabilità di trovare un seguito al movimento. Infatti i sindacati decidono di rifiutare la discussione sulle possibili correzioni da apportare a un progetto su cui non sono stati consultati. La lotta va avanti per due settimane, e alla vigilia delle nostre elezioni, la destra francese inizia ad abdicare. Dopo oltre tre mesi di lotta, di mobilitazione studentesca e sindacale, il governo decide di modificare la Cpe. Infatti, in un tempo record, le due camere hanno approvato prima delle ferie pasquali una legge che modifica profondamente la riforma tanto contestata, e il governo di Dominique de Villepin esce sconfitto dal confronto con le forze sociali. La nuova legge che come il Cpe ha l’obiettivo di favorire l’impiego di giovani in difficoltà, in particolare quelli senza qualifiche professionali e quelli provenienti dalle periferie, costerà 150 milioni di euro allo Stato nel 2006 e 300 milioni nel 2007. Le disposizioni prevedono un sostegno agli imprenditori che assumono con un contratto a tempo indeterminato (CDI) giovani tra i 16 e i 25 anni con poche qualifiche e residenti in zone urbane sensibili. Le imprese riceveranno il primo anno 400 euro mensili per ogni lavoratore, il secondo 200. Grazie alla mobilitazione delle forze sociali, una legge vergogna come la Cpe è definitivamente morta. Vista la situazione italiana del mondo del lavoro, dovremmo prendere ad esempio ed avere più rispetto per il popolo francese. Popolo capace di infiammarsi e lottare quando vede calpestati i propri diritti.

Inviato da Karen - Libertà di volare

tratto da Nexus ed. italiana nr. 39 (luglio-agosto 2002)


“Sarebbe di interesse universale nella storia dell’umanità scoprire che è stata la coltivazione della canapa a inventare l’agricoltura e di conseguenza la civiltà”.[1] Non sono le speranze di un hippy un po’ attempato in vena di rivincite ma le parole di Carl Sagan, l’astrofisico consulente della NASA, padre del progetto S.E.T.I. (Serch for ExtraTerrestrial Intelligence) e fondatore della Planetary Society. La forte “attrazione” tra il divulgatore scientifico migliore del mondo[2] e la Cannabis “fumantis” (perdonate la licenza poetica) è risaputa, mentre la cosa poco nota è che nelle parole di Sagan si nasconde una profonda verità: la canapa effettivamente è una delle piante più antiche che l’uomo conosca! A conferma di ciò vi sono numerose testimonianze archeologiche in ogni angolo della Terra che indicano senza ombra di dubbio come la canapa era conosciuta e coltivata in epoche remotissime: uno per tutti, il ritrovamento a Catal Huyuk, antica Mesopotamia, di manufatti in canapa risalenti, secondo i ricercatori, a circa 8000 anni prima di Cristo. Non sappiamo con certezza se la canapa è stata la prima o la seconda pianta coltivata dall’uomo e sinceramente non siamo qui a stabilire una graduatoria di anzianità ma semmai per comprendere le vere motivazioni che portarono al suo divieto in moltissimi paesi di tutto il mondo. Una proibizione che di punto in bianco dopo millenni di utilizzo nelle più svariate applicazioni, che vedremo in seguito nel dettaglio, rese illegale una pianta messa a disposizione per noi dalla Natura. Le motivazioni ufficiali certamente saranno state validissime per mettere al bando una pianta che cresce velocemente senza l’ausilio di prodotti chimici, da cui si produce carta di ottima qualità, tessuti resistentissimi, materiali plastici per l’edilizia, combustibili poco inquinanti, medicinali. Non ci credete? Be’, non ci volevo credere nemmeno io! I papiri egizi e cinesi che nonostante tutto questo tempo sono giunti integri fino ai nostri giorni, le antichissime mappe cartografiche della Terra, la prima Bibbia di Gutemberg, avevano una sola cosa in comune: la canapa. Per non parlare dei primissimi preparati erboristici che sciamani e curanderos, dalla Siberia al Sud America passando per l’intera Europa, utilizzavano per alleviare le più svariate patologie, e più recentemente almeno la metà dei medicinali usati per tutto l’Ottocento! Come mai queste informazioni importanti si sono perse negli anni, e perché i media in generale il cui unico servizio è appunto quello di informare hanno sempre taciuto? Lungi da me l’idea di un controllo globale della stampa da parte di potenti corporazioni, però bisogna ammettere che certamente è una strana coincidenza il recentissimo interesse giornalistico e quello medico-scientifico delle multinazionali chimico-farmaceutiche alla canapa, che ne dite? Fintantoché nessuno aveva in mano, anzi quotato in borsa, il medicinale non se ne parlava, oggi che hanno sintetizzato in laboratorio il principio attivo della cannabis, il THC, e si stanno preparando a venderlo sotto forma di farmaco se ne parla. Non è molto strano? Oggi sono riemerse dall’oblio le proprietà antibiotiche, antidolorifiche[3] e antiepilettiche della pianta, come pure la sua efficacia contro l’anoressia, la depressione e il glaucoma[4]. Ultimamente sta avendo risultati positivi anche nei malati di sclerosi multipla[5] e nei malati di cancro per sostenere nausea e vomito causati dalla chemioterapia. Insomma dalla canapa si produce tutto o quasi tutto quello che si può ottenere dal petrolio e dai suoi derivati con la piccola differenza che questi ultimi hanno un costo e un impatto ambientale incalcolabili, mentre la canapa è naturale e i prodotti di scarto si integrano meglio nell’ambiente. Il punto è allora, come mai abbiamo scelto la strada del petrolio e abbandonato, anzi sbarrato, la strada della canapa? Per meglio comprendere questo punto, che sarà fondamentale ai nostri fini, dobbiamo tornare seppur nella carta indietro di un secolo e mezzo e rivivere per un momento la situazione economica e industriale di allora. Ci troviamo a Pittsburg (ricordatevi questo nome), negli Stati Uniti e davanti a noi si erge la prima raffineria petrolifera al mondo[6]. L’anno è il 1850. Saltiamo in avanti di qualche decennio e arriviamo nel 1917 quando la Compagnia Du Pont, della omonima famiglia, grazie a finanziamenti della Mellon Bank entra a far parte delle primissime industrie petrolchimiche. La Du Pont per chi non la conoscesse, è la beneficiaria della maggior parte dei brevetti sulle materie plastiche: nylon, rayon, cellophan, vernici, ecc. La Mellon Bank di Andrew Mellon è una delle principali banche americane la cui sede principale, guarda caso, è a Pittsburg! Apro una parentesi per gli amanti del cospirazionismo perché sembra che Andrew Mellon e la famiglia Du Pont facessero parte del Comitato dei Trecento, il gruppo nato per controllare il sistema bancario mondiale[7]. Chiudiamo la parentesi e ritorniamo a Pittsburg. I soldi forniti dalla Banca di Mellon permisero alla Du Pont di entrare in possesso della General Motor, una delle più grandi case automobilistiche di allora e delle principali tecnologie per la fabbricazione della carta dalla cellulosa del legno. Il 1919 fu un anno molto significativo perché succede qualcosa che avrà ripercussioni notevoli nella finanza e nell’industria: inizia il proibizionismo in America. Un periodo abbastanza lungo e oscuro (fino al 1933) in cui fu bandito totalmente l’alcol. Non tutti sanno però che all’epoca il carburante e/o combustibile era basato anche sull’alcol etilico[8] detto etanolo, derivante dalla fermentazione di vegetali e cerali, e sull’alcol metilico o metanolo derivante dalla fermentazione del legno. Proibendo l’alcol da bere di conseguenza si proibiva anche l’alcol per uso industriale. Non finiscono le coincidenze perché il ‘33 è l’anno in cui termina il proibizionismo ma anche quello in cui Mitscherlich produce quella sostanza scoperta nel 1825 da Faraday: la benzina[9]! Ora ipotizzare che il Proibizionismo americano fu inventato per boicottare le “altre benzine” è un po’ forte, però rimane il fatto che effettivamente all’epoca chiunque poteva prodursi in proprio il combustibile.e forse questo poteva dare fastidio a qualcuno. Risolto il problema dei combustibili, rimaneva quello delle materie plastiche di origine vegetale: miscelando infatti steli di canapa e calce si può ottenere un materiale da costruzione simile al cemento ma molto più elastico e leggero[10]. Questo è un altro gravoso problema per l’impero Du Pont che nel 1937 aveva brevettato un procedimento per la fabbricazione di materiali plastici dal petrolio! Come risolverlo? Una mano gliela diede la campagna mediatica disinformante del più grande magnate del giornalismo statunitense: Rudolph Hernst. Attraverso i suoi numerosi giornali divulgò notizie false in merito alla cosiddetta Marijuana. Lo stesso termine Marijuana fu una sua invenzione letteraria. Adottò dal dialetto di Sonora, località messicana famosa oggi come ieri per l’esportazione di droghe, una parola allora sconosciuta e la usò come strumento di propaganda terroristica psicologica. Fa certamente più paura avere a che fare con una sostanza che non si conosce rispetto ad una nota. Menzogne, che rasentavano il razzismo, diffamavano intere popolazioni come i messicani colpevoli secondo Hernst di essere solamente dei pigri fumatori di erba, o che mettevano in relazione le violenze sessuali nei confronti delle donne bianche da parte dei negri all’uso della droga. L’altra mano fu di un certo Harry Aslinger, il fortunato nipote di Andrew Mellon, quello della banca che nel frattempo è stato eletto anche Segretario del Tesoro, che usò gli articoli diffamanti di Hernst davanti al Congresso degli Stati Uniti d’America. Aslinger era a capo del Federal Bureau of Narcotics and Dangerous, l’Ufficio Federale Narcotici, e il risultato fu la famosissima Marijuana Act Tax! La prima legge che proibiva dopo oltre diecimila anni l’uso e la coltivazione della canapa. Risolto anche questo! Per la Du Pont, e tutti gli investitori dell’epoca che puntavano esclusivamente sul petrolio, la Marijuana Act Tax fu una vera e propria manna dal cielo: tolse dai piedi una scomoda pianta dai mille usi e lasciò all’oro nero la strada sgombra. Ma soprattutto chi ne ha beneficiato di più è stata la lungimirante banca Mellon. Lungimirante perché oggi la Mellon Financial Corporation[11] ha capitali in centinaia di aziende e/o multinazionali legate al petrolio e all’energia come la Chevron Texaco, Exxon, Mobil, Occidental Petroleum, Teco Energy, Total Fina, Ford, General Electric, oppure all’ editoria come l’International Paper, The New York Times, Reader’s Digest Association, ecc. Quindi tornando al discorso iniziale, le motivazioni erano e sono tuttora molto valide! Tutti felici e contenti.gli industriali, molto meno quelle persone che da anni “combattono” per rivalutare la canapa rendendole finalmente giustizia dopo decenni di proibizionismo. Uno stop che penalizza non solo noi costringendoci ad utilizzare i derivati del petrolio, ma soprattutto la nostra Terra che ne paga le conseguenze in termini ambientali. Provate ad immaginare cosa sarebbe successo se quel giorno, i magnati della Du Pont e le sorelle del petrolio, supervisionati da mamma Mellon, avessero deciso per lo sviluppo della canapa invece del petrolio. “All’interno della sala ovale a Pittsburg, li ho visti mentre sorseggiando alcol di ottima qualità in barba al proibizionismo ipotecavano il futuro dell’intero pianeta. La decisione non era certo facile: il grasso e puzzolente petrolio che pochi potevano estrarre oppure la verde e profumata canapa che tutti erano in grado di coltivare? Il dilemma è stato risolto con un voto plebiscitario: dodici voti su tredici indicavano la canapa!”. Poi purtroppo è suonata la sveglia. Marcello Pamio, tratto da Nexus ed. italiana nr. 39 (luglio-agosto 2002)

Inviato da Oscar - Libertà di volare

Quando si tratta di sicurezza, gli abitanti di Dillingham non lasciano nulla al caso. Dopo gli attentati dell’11 settembre la prudenza non è mai troppa, e quindi il sindaco «italiano» Chris Napoli ha fatto installare per le strade 80 telecamere, che riprendono ogni movimento sospetto come a Londra o a Manhattan.


A questo punto il lettore curioso vorrà sapere cosa diavolo sia Dillingham, e perché mai sente l’urgenza di copiare le stesse misure di sicurezza adottate da metropoli come la capitale britannica o New York. Proprio qui, naturalmente, sta la ragione che ha portato la notizia sulle prime pagine dei giornali americani. Dillingham, infatti, è un paesino dell’Alaska con 2.400 anime, che per sei mesi all’anno è coperto da neve e ghiacci. Per arrivarci da Anchorage bisogna fare un’ora e mezza di idrovolante, e quindi nessuno ci capita per caso. Le autorità locali, però, sono convinte che proprio per questo motivo Al Qaeda potrebbe farci un pensierino, e quindi hanno montato nelle strade una telecamera ogni trenta abitanti. Manco il «Grande Fratello», inteso non come il reality show televisivo, ma l’apocalisse della libertà immaginata da George Orwell. O come nel film «The Truman Show». Dopo l’11 settembre il Department of Homeland Security ha offerto a tutti gli Stati americani fondi per proteggersi dal terrorismo. L’iniziativa ha generato polemiche perché regioni desolate, come il Wyoming del vice presidente Cheney, hanno ricevuto finanziamenti simili a quelli di New York, ma questo è un altro discorso. L’Alaska, dunque, si è vista assegnare la bellezza di 16 milioni di dollari. Il sindaco di Dilligham Chris Napoli ha capito subito che si trattava di un’occasione da non perdere. Perciò, assieme al capo della polizia Richard Thompson, ha fatto domanda per ricevere la sua giusta fetta dei fondi. Il governo federale gli ha assegnato 202.000 dollari, che divisi per i 2.400 abitanti sarebbero quasi bastati ad assumere una guardia del corpo per ciascuno. Napoli e Thompson, però, avevano in mente un progetto di lungo termine. Hanno contatto un’azienda tedesca che produce sistemi digitali di sicurezza, incaricandola di installare una telecamera in ogni angolo del paese. Ora non c’è strada dove si possa passare senza essere visti. Le telecamere assomigliano a piccoli robot con due occhioni, e oltre a riprendere il movimento 24 ore su 24 lo registrano, consentendo poi di stampare immagini precise.Nel distretto di polizia Thompson ha montato due televisori ad alta definizione, dove i suoi sei agenti controllano la situazione. Lo sceriffo ha giustificato così l’iniziativa: «Noi siamo più vicini alla Russia che a Seattle, e nell’ex Urss ci sono decine di armi atomiche mal custodite. Qualche terrorista potrebbe metterci le mani sopra, e mandarle via nave nel porto di Dillingham. Da qui le farebbe proseguire a Seattle, e una volta entrato nel porto della grande città: boom».

Nelle giornate in cui le telecamere non servissero a bloccare questo complotto di Osama, aiuterebbero comunque a risolvere i tre omicidi avvenuti negli ultimi tre anni, oppure a salvare cittadini come John Henry: «Faceva il pescatore. Una notte si è addormentato sulla spiaggia ed è morto congelato. Con le telecamere lo avremmo visto e aiutato».

Siccome in paesi come Dillingham si va a vivere per essere lasciati in pace, non tutti hanno apprezzato l’idea. L’ex sindaco Freeman Roberts, ad esempio, sta raccogliendo firme per indire ad ottobre un referendum contro le telecamere: «Questa è l’Alaska, gente. Dubito che Osama stia pensando a noi, e la privacy qui è un diritto di nascita».

Fonte: La Stampa (tramite Giornale Radicale)

Inviato da Oscar - Libertà di volare

Due notti fà la situazione in Bielorussia è precipitata e il boia Lukashenko ha fatto partire la repressione.
Gli anarchici, come al solito, erano attivi nei movimenti di lotta.
Questo e’ il comunicato, in inglese ed in italiano, che e’ arrivato la mattina seguente:
Belarussian anarchists call for solidarity!
This morning Belarussian anarchists distributed information, that last night 3:30 AM OMON moved to destroy tent camp that has been put up in the city center to protest fraud elections in Belarus.
30-40 tents were trashed, around 500 people arrested. Among destroyed tents there was a tent of Belarussian Indymedia (belarus.indymedia.org), and among arrested there many known anarchists, such as members of anarcho-punk band Deviation (singer Stas Pochyobut) and editors of banned satirical anarchist paper Navinki. Anarchists were constantly present in the tent camp with few dozen people.
Arrested people were heavily brutalized. As all the police stations in the city are full of people arrested during last 10 days (opposition estimates number of people arrested all around Belarus as 5000), people arrested in square were taken to unknown destinations off the city limits. Their place, condition and charges pressed against them are currently unknown.
Belarussian anarchist also ask for any kind of solidarity actions in Belarussian embassies around the world!
Follow belarus.indymedia.org for updates and video footage coming up.
Tradotto:

Appello degli anarchici bielorussi per la solidarieta’ Questa mattina gli anarchici bielorussi ci hanno comunicato che la scorsa notte alle 3:30 la celere locale (Omon) ha distrutto l’accampamento che era sorto nel centro di Minsk per protestare contro le fraudolente elezioni in Bielorussia.
30/40 tende sono state distrutte e 500 persone sono state arrestate. Tra le tende distrutte c’è la tenda di Indymedia Bielorussia (belarus.indymedia.org) e sono stati arrestati molti anarchici abbastanza noti, come i membri della band anarcopunk Deviation (cantante Stas Pochyobut) e gli editori del censurato giornale satirico anarchico Navinki. Gli anarchici erano costantemente presenti nell’accampamento con qualche dozzina di persone.
Le persone arrestate sono state pesantemente pestate. Poichè tutte le stazioni di polizia nela città sono piene di persone arrestate negli ultimi 10 giorni (l’opposizione stima che il numero degli arrestati in Bielorussia sia di 5.000 persone), le persone arreste nella piazza sono state portate in una destinazione ignota fuori città. Il luogo di detenzione, le loro condizioni e le accuse rivoltegli sono attualmente sconosciute.
Gli anarchici bielorussi chiedono che vengano fatte azioni di solidarietà di fronte alle ambasciate bielorusse nel mondo.
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